Se da grandi poteri derivano grandi responsabilità, è pressoché certo che in quel di Facebook si avverta chiaro il peso dell’essere il primo social network al mondo, specialmente quando la politica si mette di traverso. Lo scorso anno, la piattaforma di Mark Zuckerberg è stata al centro di scottanti polemiche circa il ruolo che le fake news pubblicate al suo interno dai russi avrebbero avuto nell’elezione di Donald Trump. Recentemente, per limitare l’incidenza del problema, Facebook ha potenziato il suo team di supervisori in carne ed ossa ed annunciato un giro di vite su agenzie pubblicitarie ed account di informazione.

Immediata la reazione degli organi di stampa, che hanno accusato senza mezzi termini gli sviluppatori di non riuscire a sviluppare un algoritmo di controllo decente. Dal canto suo, il responsabile della sicurezza di Facebook Alex Stamos ha risposto con altrettanta veemenza su Twitter. In una serie di post-fiume, Stamos parla di accuse legate a pregiudizi sui dipendenti della compagnia e dirette a figure professionali inesistenti, ma punta soprattutto il dito contro l’ingenuità dei giornalisti, sempre pronti ad attaccare senza avere una vera cognizione del problema:

“Nessuno che abbia un peso all’interno delle grandi compagnie ritiene che gli algoritmi siano neutrali. Tutti loro ne conoscono i rischi […] Ad esempio, molti giornalisti hanno glorificato le assurde affermazioni di accademici che sostengono sia facilissimo individuare fake news e propaganda, senza tener conto di quanto sia rischioso addestrare i sistemi di machine learning a ritenere falso qualcosa sulla base di criteri ideologici non imparziali.”

L’invettiva di Stamos continua toccando molti altri punti importanti quali la censura, ma quello relativo all’imparzialità dei criteri segna realmente la differenza tra il ruolo di Facebook in quanto vetrina della nostra vita sociale, e quello di controllore che invece si teme finisca per assumere.

ARTICOLI CORRELATI: